“Insieme per il reinserimento sociale e formazione di detenuti”

Abbiamo incontrato il professor Andrea Zannini, docente ordinario di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Udine, referente scientifico dell’accordo di collaborazione tra il Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università (DIUM) e il carcere di Udine. Una collaborazione sfociata in un progetto con la casa circondariale di Udine che prevede il coinvolgimento di alcuni detenuti in ottica di reinserimento sociale e formazione professionale.

università di Udine

Professore, come nasce questo progetto?

Tutto parte da un’intuizione del garante dei detenuti di Udine, il senatore Franco Corleone, che ha individuato dei registri di matricola risalenti alla Seconda guerra mondiale. Si è pensato quindi di digitalizzare questi documenti per renderli accessibili a studiosi e cittadini. Il progetto prevede quindi la formazione di due detenuti presso l’Università di Udine per l’utilizzo di uno scanner professionale, fornito da PageNet. Dopo il corso, i detenuti hanno lavorato alla digitalizzazione di cinque registri storici, producendo oltre mille oggetti digitali.

Chi sono i partner coinvolti nel progetto?

Il progetto è stato sviluppato insieme alla direzione del carcere, con i necessari passaggi ministeriali e il coinvolgimento della magistratura di sorveglianza. Abbiamo avuto anche il supporto della Caritas e di associazioni impegnate nel reinserimento sociale. Inoltre, è coinvolto l’Archivio di Stato di Udine, con cui abbiamo concordato i formati di digitalizzazione.

Che tipo di collaborazione avete instaurato con PageNet?

PageNet oltre a fornire la strumentazione tecnica si è occupata del corso di formazione rivolto alle persone detenute. Una formazione breve, ma efficace: un pomeriggio di corso tenuto da Stefano Vaccari. Al termine, i partecipanti erano già in grado di utilizzare lo scanner in autonomia. PageNet ha rilasciato loro anche un attestato di frequenza.

Che tipo di documenti sono stati digitalizzati?

Si tratta di registri molto dettagliati che contengono informazioni sulle persone entrate in carcere durante il periodo della Resistenza: dati anagrafici, date di ingresso e uscita, e spesso anche il destino successivo. Molti di questi detenuti venivano poi inviati ai campi di concentramento in Germania o alla caserma Piave di Palmanova per gli interrogatori. I registri si trovano nella sede di Tolmezzo, in Carnia, un territorio in cui la repressione antipartigiana fu particolarmente intensa. È una documentazione di grande valore storico.

Il progetto è concluso?

Il progetto si conclude a fine aprile 2026. I detenuti hanno svolto un tirocinio di tre mesi, lavorando una volta a settimana. Erano persone che già prima della detenzione avevano familiarità con strumenti informatici e si sono dimostrate molto motivate.

Chi ha seguito operativamente il progetto?

Il team universitario comprendeva il tecnico di laboratorio Marco Comar, che ha seguito direttamente i detenuti, e la dottoranda in archivistica Corinna Simonini.

È la prima esperienza di questo tipo per voi?

Sì, è la prima volta che realizziamo un accordo di questo genere. Possiamo dire che è un esperimento molto ben riuscito, che ha un duplice valore: da un lato culturale e storico-archivistico, dall’altro civile e sociale, perché favorisce il reinserimento dei detenuti attraverso un’esperienza concreta di formazione e lavoro. È un progetto che dimostra come sia possibile coniugare ricerca, tutela del patrimonio e inclusione sociale.

Ci saranno sviluppi futuri?

Stiamo valutando la possibilità di proseguire il lavoro su altri materiali. L’esperienza è stata così positiva che merita sicuramente di essere ampliata.