Giovanni, come è iniziata la sua collaborazione con l’Archivio diocesano di Parma?
Tutto è nato durante l’ultimo periodo del Covid, quando l’Archivio era chiuso al pubblico. Essendo in pensione, io e mia moglie ci siamo offerti come volontari per dare una mano in diocesi. Entrato in contatto con l’archivio, ho scoperto un mondo straordinario fatto di libri e documenti antichi, spesso poco conosciuti.

Perché questo patrimonio è così difficile da consultare?
Per ragioni di tutela. L’accesso diretto è riservato a studiosi qualificati con progetti approvati. È una scelta necessaria, ma rende i documenti poco fruibili.

Qual è stata la sua risposta a questa situazione?
Innanzitutto, mettere in sicurezza i materiali. Anche fattori banali, come roditori o umidità, possono danneggiarli. Con risorse economiche limitate, la soluzione più efficace è stata la digitalizzazione dei documenti.

Come avete avviato il progetto di digitalizzazione?
Con il supporto dell’informatico della curia e confrontandoci con altre diocesi, come Modena. Lì si usavano scanner CZUR, ma con il limite del formato A3, insufficiente per molti libri antichi che arrivano all’A2.

In che modo avete superato questo limite tecnico?
Ho acquistato personalmente uno scanner e iniziato a digitalizzare: finora circa 150 volumi. È certamente un lavoro destinato a proseguire nel tempo e a essere portato avanti da altri.
Di che mole di materiale stiamo parlando?
Solo i registri dei battesimi coprono il periodo dal 1460 al 1918. A questi si aggiungono molti altri documenti, come i libri dei pagamenti agli artisti del Duomo di Parma.

Com’è organizzato l’accesso all’Archivio diocesano di Parma?
Ci sono solo tre posti di consultazione. L’Archivio è aperto quattro mattine a settimana e la prenotazione è fortemente consigliata, perché c’è sempre molta richiesta.

La situazione è simile in altre diocesi?
No. In città come Milano, Firenze, Napoli e Roma ci sono più fondi e strutture più solide. In Emilia-Romagna esiste un coordinamento regionale, il dottor Piffanelli, responsabile esterno e dipendente della diocesi di Ferrara, che il compito di gestire e organizzare tutti i materiali presenti negli archivi della regione, sia a livello di libri che di pergamene. 

Anche pergamene?
Certo, le pergamene che abbiamo sono fogli singoli che coprono un arco temporale che va dal 1000 al 1800. A Parma ce ne sono circa 1700, molte ormai difficilmente leggibili. 

Come è stato affrontato il problema della loro leggibilità?

Con trascrizioni integrali in latino raccolte in 7–8 volumi, più un indice. Le scansioni hanno 

comunque dato ottimi risultati.

Chi richiede oggi questi materiali?
Soprattutto giovani ricercatori tra Bologna e Milano. I documenti originali sono spesso deteriorati, ma la versione digitale consente la consultazione senza rischi.

Come è entrata in gioco PageNet?
Avevo bisogno di scanner in grado di gestire libri di grandi dimensioni senza perdere qualità. Grazie al confronto con Maurizio Torriani e Stefano Vaccari ho conosciuto i modelli CZUR ET MAX e ULTRA, con risoluzioni fino a 48 megapixel.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Tra il 2026 e il 2027 vorremmo fornire i materiali a PageNet per scansioni professionali in formato TIFF, eventualmente a Milano.

Cosa ha apprezzato del rapporto con PageNet?
La chiarezza: mi hanno spiegato chiaramente che non sempre servono strumenti costosissimi, conta ottenere file adeguati allo scopo. Tutto dipende dall’obiettivo finale.